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Mappa di vigore: come si legge e cosa farci in campo

di Carlo | Ago 31, 2026 | Agricoltura di precisione

Mappa di vigore: come si legge e cosa farci in campo

Mappa di vigore di un vigneto visualizzata su tablet durante la verifica a terra fra i filari

Mappa di vigore: come si legge e cosa farci in campo

La prima reazione davanti a una mappa di vigore è quasi sempre la stessa: si cerca il rosso e si chiede cosa non va lì. È una lettura comprensibile e quasi sempre sbagliata, perché parte da un presupposto che la mappa non contiene — che i colori indichino uno stato assoluto della pianta.

Non lo indicano. Il rosso non significa pianta malata e il verde non significa pianta sana. Significano, quasi sempre, “meno vigorosa della media di questo appezzamento in questa data” e “più vigorosa della media di questo appezzamento in questa data”. Sono giudizi relativi, e cambiano se cambia l’appezzamento o se cambia la data.

Capito questo, la mappa diventa uno strumento utile. Prima di allora produce interventi su zone che non ne avevano bisogno e tranquillità su zone che ne avevano. Se stai valutando un rilievo, le modalità di acquisizione e consegna sono descritte nella pagina dei servizi di agricoltura di precisione con drone; qui parliamo di cosa succede dopo la consegna.


La scala colore è relativa, e questo confonde

La quasi totalità dei software di elaborazione applica alla mappa una normalizzazione locale: prende i valori dell’indice calcolati su quel singolo appezzamento in quella singola data, ne individua il minimo e il massimo — o più spesso il 5° e il 95° percentile, per escludere i valori estremi — e distribuisce la scala cromatica su quell’intervallo.

Le conseguenze pratiche sono tre, e sono tutte controintuitive.

Un vigneto uniformemente eccellente produce comunque una mappa con zone rosse. Se tutti i valori stanno fra 0,78 e 0,84, la scala si spalma su quei sei centesimi e le zone a 0,78 diventano rosse. Non c’è nulla che non vada: c’è che il software deve pur usare tutti i colori a disposizione.

Un vigneto uniformemente sofferente produce zone verdi. Vale il ragionamento opposto, ed è il caso più pericoloso, perché rassicura.

Due mappe dello stesso campo in date diverse possono avere colori quasi identici e valori completamente diversi. A giugno la scala può coprire l’intervallo 0,65-0,85, ad agosto l’intervallo 0,45-0,70. Le due immagini si somigliano, il campo nel frattempo ha perso un terzo del suo vigore, e nessuno se ne accorge guardando i colori.

Cosa chiedere al fornitore

Tre cose, e vanno chieste prima del volo, non alla consegna.

Una legenda con i valori numerici, non solo la barra colorata. Una mappa senza numeri non è confrontabile con nulla, nemmeno con sé stessa.

Una scala fissa dichiarata per le mappe che dovranno essere confrontate fra loro. Si perde un po’ di leggibilità sulla singola data — le differenze interne appaiono meno marcate — e si guadagna la possibilità di leggere una serie. Per il confronto fra date la scala fissa non è preferibile: è l’unica che funzioni.

Quale indice sta sotto la mappa. “Mappa di vigore” è un’etichetta commerciale, non una definizione tecnica: sotto può esserci NDVI, RENDVI, o una stima del volume della chioma da modello tridimensionale. Sono cose diverse, con limiti diversi, e la differenza è tutt’altro che accademica — l’abbiamo trattata negli indici vegetazionali da drone. Una mappa NDVI su vigneto in piena vegetazione, per dire, può essere satura e mostrare uniformità dove uniformità non c’è.


Variabilità attesa e variabilità anomala

Ogni vigneto è variabile. La domanda utile non è se c’è variabilità, ma se quella che si vede è strutturale — cioè dovuta a caratteristiche permanenti del sito — o anomala, cioè comparsa in questa stagione.

Sono strutturali, e si ripresentano ogni anno quasi identiche:

  • Differenze di profondità e tessitura del suolo, spesso legate alla morfologia
  • Variazioni di pendenza ed esposizione
  • Cambi di portinnesto, clone o anno di impianto all’interno dello stesso appezzamento
  • Capezzagne, prime e ultime file, bordi lungo strade, fossi o filari di alberi: quasi sempre a vigore inferiore per competizione radicale, compattamento da passaggi o ombreggiamento
  • Zone di ristagno o, all’opposto, dossi con suolo più superficiale

Questa variabilità non è un problema da correggere: è la carta d’identità dell’appezzamento. Trattarla come un’anomalia porta a concimare ogni anno le stesse zone senza mai cambiare nulla, perché la causa è il suolo, non la nutrizione.

La variabilità anomala è ciò che si discosta da questo schema. E qui sta il punto meno intuitivo: una mappa singola non permette di distinguere le due cose. Serve un confronto, e ci sono due modi di ottenerlo.

Il primo è il confronto pluriennale: sovrapporre le mappe di più stagioni alla stessa fase fenologica e individuare le zone che si comportano sempre allo stesso modo. La loro media è la mappa della variabilità stabile, e diventa il riferimento rispetto a cui leggere ogni nuovo rilievo.

Il secondo, quando lo storico non c’è, è la serie satellitare. L’archivio Sentinel-2 parte dal 2015 ed è gratuito: non ha la risoluzione per leggere il singolo filare, ma è più che sufficiente a dire se una zona di mezzo ettaro si è sempre comportata così. È l’uso più efficiente della combinazione fra le due sorgenti, e ne abbiamo parlato inNDVI da drone o da satellite.

In assenza di entrambi, la prima mappa non è una diagnosi. È l’inizio di una baseline.


Dalla mappa alle zone omogenee: la soglia la decide l’agronomo

Una mappa di vigore è un’immagine continua: ogni pixel ha un valore proprio. Per diventare operativa deve essere ridotta a poche zone omogenee, e questo passaggio — la classificazione — è quello dove si concentrano gli errori.

Quante zone. I software propongono classificazioni a cinque, sette, dieci classi, con algoritmi a quantili, natural breaks o clustering. Sono statisticamente ineccepibili e operativamente inutili. In campo si gestiscono due o tre zone: una macchina distribuisce due o tre dosi, una squadra di raccolta separa due o tre partite, un piano irriguo distingue due o tre settori. Chiedere dieci classi significa produrre una mappa più bella e una decisione identica.

Quanto grandi. Una zona ha senso solo se è più grande dell’unità minima che si riesce effettivamente a trattare in modo differenziato. In vigneto quell’unità è il tratto di filare, non il pixel: una zona di venti metri quadri in mezzo a un filare non è gestibile da nessuna macchina e da nessuna squadra. La classificazione va quindi aggregata alla geometria dell’impianto, non lasciata alla forma che il pixel restituisce.

Dove mettere la soglia. È la decisione che nessun algoritmo può prendere, perché non dipende dai dati ma dall’obiettivo. La soglia per una raccolta selettiva finalizzata a due linee di prodotto è diversa da quella per una concimazione a rateo variabile, che è diversa da quella per un piano di rimpiazzo delle fallanze. Il software propone una partizione statistica dei valori; l’agronomo decide dove quella partizione diventa una scelta di campo.

C’è un passaggio ulteriore, specifico delle colture a filare, che cambia il risultato più di qualunque scelta di algoritmo: decidere se la zonizzazione si calcola sull’intera superficie o sui soli pixel di chioma. Nelrilievo su vigneto realizzato per CREA il confronto è esplicito, e le due zonizzazioni non coincidono: la prima incorpora l’inerbimento, la seconda no. Quando l’obiettivo riguarda la pianta — vendemmia, potatura, nutrizione — è la seconda a essere pertinente.


Cosa la mappa non dice

Il limite va enunciato senza attenuazioni: la mappa individua l’anomalia, non la causa.

Un valore di vigore inferiore alla media può derivare da uno stress idrico in corso, da una carenza nutrizionale, da un suolo compattato o poco profondo, da un problema all’apparato radicale, da una patologia, da fallanze e rimpiazzi giovani mescolati alle viti adulte, da un tratto di ala gocciolante otturato, o semplicemente da un cambio di portinnesto che nessuno ricordava. Il sensore misura riflettanza: tutte queste condizioni possono produrre lo stesso numero.

C’è poi un secondo equivoco, meno noto e più insidioso in viticoltura: il vigore basso non è necessariamente un problema, e quello alto non è necessariamente un pregio. In molte situazioni di produzione di qualità il vigore eccessivo è il vero difetto — chioma fitta, microclima interno umido, maturazione irregolare, maggiore pressione sanitaria. Su un vigneto da vino, la zona verde intenso può essere quella su cui intervenire, e la zona a vigore moderato quella che sta esattamente dove dovrebbe.

La mappa, in altre parole, non ordina una gerarchia fra buono e cattivo. Stratifica. Dice che il campo si comporta in modi diversi in punti diversi, e dove quei punti sono. Il giudizio su quale comportamento sia desiderabile è agronomico ed enologico, e dipende dall’obiettivo produttivo.


La verifica a terra: la mappa dice dove andare a guardare

È il passaggio che chiude il ciclo e quello che viene saltato più spesso, di solito perché la mappa sembra già una risposta.

Come impostarla. Si scelgono due o tre punti per ciascuna zona, includendo sempre uno o due punti nella zona a comportamento medio, che fanno da controllo. Senza il controllo non si sa se ciò che si osserva nella zona anomala è davvero anomalo. I punti si registrano con le coordinate: serviranno a confrontare le stagioni successive.

Cosa guardare. Dipende dall’ipotesi, ma il minimo utile comprende una trivellata o un piccolo scavo per profondità e tessitura del suolo, il controllo del funzionamento dell’impianto irriguo nel punto, il diametro del tronco e l’età reale delle piante — che rivela i rimpiazzi — e l’osservazione diretta di chioma e apparato fogliare.

Quando. Il più vicino possibile alla data del volo. A due settimane di distanza il campo è cambiato, e l’associazione fra il valore osservato sulla mappa e quello che si vede a terra si indebolisce.

Da qui la mappa diventa operativa. Una volta stabilito che la zona a vigore inferiore corrisponde a un suolo più superficiale, la decisione è di gestione irrigua e di portinnesto nei futuri reimpianti. Se corrisponde a un settore irriguo malfunzionante, è un intervento di manutenzione. Se non corrisponde a nulla di strutturale, è il momento di approfondire.

È anche il punto in cui la mappa di vigore si trasforma in mappa di prescrizione: lo stesso file, con le zone associate a una dose, un settore o una partita di raccolta invece che a un colore.


In pratica

Tre domande da fare al fornitore prima di accettare una consegna:

  1. Quale indice c’è sotto la mappa? “Vigore” non è una misura. Serve sapere quale grandezza è stata calcolata e su quali bande.
  2. La scala è fissa o relativa all’appezzamento? Se è relativa, la mappa vale per questa data e basta, e non va confrontata con nessun’altra.
  3. La zonizzazione è calcolata sull’intera superficie o sui soli pixel di chioma? Su una coltura a filare le due risposte producono due mappe diverse, e solo una riguarda le piante.
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